mercoledì 24 gennaio 2007

La Dignità Degli Ultimi


Da sempre l’uomo teme la forza generata dall’unione: dalla Bibbia ai film di fantascienza, il timore per l’invasione di sciami di cavallette, api o formiche terrorizza il genere umano. La Dignidad de los Nadies è la storia di questa paura, la storia del popolo minuto, dei senza nome, dei nessuno, che diventano capaci di far tremare anche i grandi. Questo documentario racconta di come la solidarietà possa diventare una forza. E’ la storia di un popolo che si è unito per preservare se stesso e la propria dignità, di milioni di persone che lottano contro la disperazione e l’ingiustizia, che piquetano per le strade, che difendono le loro terre pregando o cantando l’inno argentino. Povera gente che comparte quel poco che il governo non ha ancora tolto loro. Fernando E. Solanas da anni, ormai, lavora perché con il suo cinema la gente scopra quello che sta accadendo in Argentina. Secondo il regista, infatti, il piano neoliberale imposto dal Fondo Monetario Internazionale e applicato dal Governo, sarebbe stato la causa del genocidio sociale che costa circa 35.000 morti all’anno (secondo le stime ufficiali dell’istituto nazionale di statistica): morti di fame, di malattie curabili di freddo o semplicemente di disperazione, di depressione generata dalla sensazione di impotenza di fronte ad un’ingiustizia che rischia di rimanere impunita. Seguito del precedente Memoria di un Saccheggio, il film è un documento forte, una libera testimonianza che non lascia indifferenti ma che costringe lo spettatore a riflettere e a prendere posizione, perché quelle che scorrono sullo schermo non sono immagini pre-digerite, come siamo ormai abituati a vedere in un certo documentarismo americano, che somiglia sempre di più ad un reportage televisivo. Solanas ci offre una finestra sul mondo dandoci la possibilità di osservare e capire. Non semplicemente un documentario ma “un cinema di libera testimonianza”, come il regista stesso lo ha definito, “che sa dove vuole arrivare ma non sa come ci arriverà”. La differenza fra questo tipo di documentarismo e quello americano a cui accennavamo sopra è esattamente questa. E’ un viaggio, lungo e faticoso verso gli inferi, verso una realtà difficile da gestire e da raccontare. Lentamente regista e macchina da presa scompaiono lasciando spettatore e testimone l’uno di fronte all’altro, quasi senza intermediarie senza vie difuga. Non cedendo alla tentazione di mostrare la miseria attraverso le lacrime, attraverso il pietismo e la commiserazione, Solanas racconta la dignità. Non è la compassione dello spettatore quella che cerca ma il suo rispetto e la sua attenzione silenziosa e presente. Lascia la parola alla gente, a Los Nadies ai quali da un volto, un nome e una collocazione all’interno di una lotta disperata: un gruppo di anziani e contadine che per difendere i terreni espropriati bloccano le aste cantando l’inno argentino, di giovani che organizzano un centro di raccolta e scambio di farmaci, di un insegnante che crea tutte le domeniche una mensa per 130 bambini che altrimenti non mangerebbero. Sono solo alcuni dei miracoli che lo spettatore vede materializzarsi sullo schermo. La grandezza di questo documentario sta nel riuscire ad assumere una valenza universale: non è solo la storia della sua gente quella che Solanas racconta, ma una sorta di parabola, la storia dei nostri nonni, di milioni di profughi, di tutti coloro che hanno trovato una strada per lottare, insieme.

lunedì 22 gennaio 2007

La Verità di Gomorra

[Raffaele Cantone è un Pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Attualmente è considerato il numero uno nella battaglia ai clan più potenti della camorra imprenditrice. Le sue indagini più importanti hanno permesso di scoprire gli interessi del clan dei Casalesi in Emilia Romagna, il potere dei La Torre di Mondragone ad Aberdeen, il tentativo dei Casalesi di riciclare capitali provenienti dall'Ungheria attraverso il progetto di acquistare la squadra di calcio della Lazio, sino ai rapporti tra Parmalat e Casalesi. Di recente, grazie a indiscrezioni pervenute alla Commissione antimafia, è stato scoperto un tentativo da parte del clan Zagaria di eliminare questo magistrato: l'esplosivo era già stato ordinato alle n'drine calabresi, alleate organiche dei Casalesi.]

A me Gomorra è piaciuto ma il mio non è un giudizio estetico, né ho la pretesa di confrontarmi con autori del calibro di Raffaele La Capria o di Alessandro Baricco nell'analisi di un testo narrativo. Non sono un docente universitario, né ho le competenze per entrare nel campo della critica letteraria. Mi limito però a fare considerazioni sul contenuto del libro di Roberto Saviano, soprattutto sui significati che ha assunto via via che è cresciuto il dibattito su Napoli e sulla sua immagine. Le mie sono considerazioni che racchiudono l'esperienza di cittadino e magistrato che vive quotidianamente il malessere del nostro territorio e che ha registrato - da cittadino e magistrato - l'importanza di un libro come Gomorra. Il testo mi è piaciuto in primo luogo perché ha reso commestibile un argomento che in genere viene trattato solo da addetti ai lavori, o dall'opinione pubblica quando ci sono fatti gravi, omicidi eccellenti o delitti di innocenti che cadono nella quotidiana guerra tra bande che si consuma nel Napoletano per il controllo del malaffare. L'approccio di Gomorra, la sua visione d'insieme, ha invece imposto o attirato lo sguardo di una larga fetta dell'opinione pubblica sul caso Napoli, sulle tante facce del crimine in città e in provincia. Ora la camorra non è più solo argomento per convegni o questione per tecnici o investigatori. Il mio giudizio va al di là della critica, lo ripeto, e credo che al di là della legittima divergenza di opinioni sia necessario riconoscere a Gomorra alcuni punti fermi. L'autore non cade nell'errore di tanti scrittori di fatti di camorra: non sfocia nella mitizzazione dei personaggi descritti, non si appassiona ai delitti che ricostruisce o alle gesta di boss e gregari. Saviano tratta i protagonisti di Gomorra per quello che sono, personaggi in negativo, che restano tali per tutto il racconto. Dalla prima all'ultima pagina. So che si è discusso anche sul rapporto tra il racconto e la realtà e sulla possibilità che non tutto ciò che viene raccontato sia vero. Una critica poco generosa. Gomorra è fedele ai fatti, racconta cose molto vicine alla realtà. Se ci ha messo del suo, Saviano non lo ha fatto in modo da stravolgere o rendere iperbolico il contenuto delle vicende narrate. Poi c'è un ultimo punto che mi lega al libro in questione, il più incisivo: Gomorra è un metalibro, un "oltretesto". Va al di là di quello che è per diventare ciò che ha finito col rappresentare negli ultimi mesi. Un simbolo della lotta alla camorra, un simbolo di ribellione ad un fatto che da troppi anni sembra endemico nel nostro territorio, come se il crimine fosse iscritto nel nostro patrimonio genetico. Anche se Gomorra fosse un libro brutto e inventato - cosa non vera - sarebbe comunque un testo importante per il significato che ha assunto, per il valore di sfida lanciata ad un potere camorristico che negli anni si è impadronito delle nostre bellezze naturali, della nostra arte, della nostra economia, della nostra libertà.

martedì 16 gennaio 2007

Tra i Criminali Americani



Questa è una chicca!!
Guardare per credere!!
I Simpson rispondo alla concorrenza imputandogli del plagio e plagio-del plagio....

Litlle Miss Sunshine



Road movie scatenato, Little Miss Sunshine è una vera rivelazione, una commedia esilarante che dipinge con abile cinismo e una giusta dose di follia la middle class americana che si nutre di falsi miti televisivi, rodendosi nel desiderio di diventare il numero uno in un campo qualsiasi.

"Welcome to hell" (benvenuto all'inferno). Con queste incoraggianti parole, scritte sul suo block notes, Dwayne accoglie lo zio, il nuovo elemento appena aggregatosi al viaggio della sbalestrata, eccentrica e completamente folle famiglia Hoover, disfunzionale eppure unitissima nelle avversità quotidiane ( e in caso di estremo bisogno), composta da sei persone stravaganti e diverse fra loro. Una disarmante "gabbia di matti": papà Richard (Greg Kinnear) è perennemente affranto, fallito; mamma Sheryl (Toni Collette), iper-attiva e solare, cerca come può di tenere insieme i pezzi della famiglia; il nonno anticonformista (Alan Arkin) è un eroinomane sboccato ed esperto di riviste porno; lo zio Frank, professore gay dal cuore spezzato, è ad un passo dal suicidio, e, al completare questo quadretto surreale, irriverente e divertentissimo, ci sono Dwayne, adolescente a tratti inquietante, nichilista e votato al silenzio, che comunica, quando ne ha voglia, scrivendo su un taccuino, e la piccola, tenerissima Olive, l'unica normale, che, con i suoi occhialoni innocenti, osserva sgomenta il bizzarro microcosmo che le ruota (a vuoto) intorno. E' proprio per realizzare il sogno della bambina, partecipare al concorso di bellezza infantile, (quello cui fa riferimento il titolo e che si rivela come un mostruoso circo di bimbe-barbie) che la strana combriccola si riunisce e parte a bordo di uno scassato pulmino alla volta di Redondo Beach. Alla fine di questo viaggio imprevedibile e avventuroso, gli Hoover imparano che è proprio l'insieme delle loro debolezze ed imperfezioni a renderli invincibili e inseparabili.

Un succedersi continuo di catastrofi e drammi familiari che capitano a personaggi in cui il pubblico si può identificare.Quale padre non vorrebbe portare a casa più soldi? Quale madre non si affanna freneticamente per mandare avanti la casa? Quale figlia non vorrebbe sfilare in costume ed essere premiata per la sua bellezza fisica? Il film racconta una parabola sulla dolorosa e lenta ricompensa che spetta ai perdenti in una cultura focalizzata sul trionfo dei vincenti, in una società come quella americana dove anche le bambine di sei anni possono trasformarsi in Barbie degne di un film horror: le scene del concorso di bellezza sorprendono per la bruttezza delle povere bambine e l'ignoranza latente di una certa America. Una tipica famiglia della provincia statunitense mostra i suoi lati peggiori ma rivela una profondità umana inaspettata. E lo spettatore non può che sorridere.

lunedì 15 gennaio 2007

Galaxie 500

Convalescenza


Quando la realtà si disgrega
e forse giocammo con l'illusione
che era una per tutti
sotto la sua esplosione
schegge impazzite entrarono in noi
allora e solo in quel momento
nauseabonda si alzò l'odore
di clinica a ricordarci che
ammalati della nostra solitudine
cerchiamo i pezzi sparsi
che immagine di noi erano
(scoprire l'eros su una panchina
di piazza castello o mordersi
il labbro per gelosia o per gioco)
pregando affinchè si riuniscano
per non essere legati al letto
e uscire da qui
come persone normali
ma già che le goccie della
mia medicina scorrono e
si sperdono come i giorni
a venire non scrivo ciao
o arrivederci
per non fare confusione
per non essere ridicolo

Sogno Americano



Che cos'è il Sogno Americano secondo Norman Mailer? E' lo stesso autore - ormai un classico contemporaneo - a fornirne una definizione aggiornata: "Se non facessimo la guerra in Irak, George W. Bush si ammalerebbe all'istante... Non importa che cosa accada effettivamente in Iraq. Non importa se dispongano o meno di ordigni nucleari o se siano attrezzati per scatenare una guerra chimica. Non sono una minaccia, ma sono in una posizione geografica di che noi abbiamo assoluta necessità di presidiare militarmente. Dominare l'Iraq, dominare il Medioriente, per poi costringere la Cina in una posizione che ne faccia la Grecia della nostra Roma. L'11 settembre è stato l'apriti sesamo, l'inizio del cammino al nostro imperio sul pianeta, il cammino del Sogno Americano". Parole choccanti per le élites statunitensi. Parole che hanno ripetuto uno choc già trasmesso da Mailer all'America: nel 1965, con la pubblicazione di Un sogno americano.

Fu un capolavoro, fu uno choc collettivo: la versione definitiva del "romanzo presidenziale", una rauca messa sotto accusa di un'intera nazione, di un'intera civiltà. Con uno stile che non ricorda in nulla la raffinata introspezione de Il nudo e il morto, che aveva fatto sperare le lettere americane in una nuova incarnazione hemingwayana, Mailer esplora il corpo in disfacimento della cultura americana con il preciso intento del coroner di imputare a qualcuno un delitto, salvo che in questo caso l'imputato è il medesimo cadavere: è l'America tutta. Da rilevare: per questa sua opera hugoliana, una narrativa potentemente civile e fantastica, delirante e alchemica, Mailer utilizza la specola psichiatrica. Soltanto attraverso il fattore psichico è possibile connettere cultura, politica, etica e antropologia dell'antiumano che si sta incarnando negli States - è questa la convinzione di Norman Mailer ed è precisamente l'approccio con cui An American Dream forgia uno dei personaggi più memorabili nella storia letteraria del dopoguerra americano: il professor Rojack, docente universitario, ex deputato al Congresso, ex eroe di guerra, celebrità televisiva e schizoide, patologicamente votato al suicidio, e poi uxoricida, violentatore, criminale mafioso addirittura.
La vicenda di Stephen Rojack è non soltanto la semplice allegoria di un Sé diviso che fa da specchio a una società schizofrenica, in piena psicosi. Qui si spende un'energia eccessiva nello sperimentare le possibilità dell'umano e lo si fa con larghissimo anticipo sui geniali romanzi di Bret Easton Ellis o di Dennis Cooper. La sovradeterminazione che governa la vicenda disumana di Rojack è identica a quella che domina l'assurda giornata di Eric Packard, la riedizione del Rojack di Mailer in Cosmopolis di DeLillo. Sebbene le reazioni da parte dell'opinione pubblica siano risultate agli antipodi (uno scandalo impressionante ai tempi di Mailer, indifferenza assoluta quanto a DeLillo), va detto che il modo con cui la critica letteraria stroncò An American Dream coincide in maniera perfetta con il bando comminato a Cosmopolis: una sentenza di "somma improbabilità", di "stupido irrealismo". Come quasi sempre, il torto sta dalla parte dei critici letterari. Sia Mailer sia DeLillo speculano sulla realtà: ma in senso teoretico, non finanziario. L'attenzione di entrambi è intensissima - da qui la parvenza di "eccessività" narrativa, di "improbabilità" storica - e corrisponde a due categorie dell'ascesi: attiva nel caso di Mailer, contemplativa nel caso di DeLillo. Però il risultato è il medesimo - è la feroce e dilaniante sofferenza del distacco dal fango del mondo, avvertito quale nerastro compost da risolvere, pur sapendo di essere incapaci di risolverlo.
Vibrante come un tuono, la prosa di Un sogno americano è la rauca voce che l'America emette dal suo vergognoso mitologhema di un underground assoluto, che deresponsabilizza l'uomo dall'assumersi gli esiti di azioni ciclopicamente devastanti. La scossa spirituale che Mailer si autocondanna a subire per via letteraria è la medesima forza tellurica a cui espone il suo dissennato Paese, la più recente evenienza tragica del sempiternamente classico. Tra Pubblicità a me stesso e Un sogno americano muta l'oggetto d'attacco - il sé nel primo caso e l'altro nel secondo -, ma la potenza evocatoria e spirituale dell'assalto è la medesima e non risparmia nessuno, nemmeno la storia della letteratura.

venerdì 12 gennaio 2007